Il 30 Giugno esce il nuovo album dei Wilco, intitolato semplicemente col nome della band. Registrato a Auckland, in nuova Zelanda, è un disco splendido, pieno di grandi canzoni, un considerevole passo avanti rispetto al troppo quieto Sky Blue Sky. Nel nuovo lavoro della band di Jeff Tweedy si alternano tutte le facce di un gruppo unico tanto sul palco quanto in studio di registrazione: dal pop di You And I, in duetto con Feist, all’omaggio ai Beatles di You Never Know, fino all’energia rock di Bull Black Nova.
Wilco (The Album) si apre, secondo una logica impeccabile, con Wilco (The Song). Jeff Tweedy canta: “Hai l’impressione che questa non sia la tua vita? Perdi i tuoi giorni nella depressione? Qualcuno ti sta attaccando, pugnalando alle spalle? C’è una cosa che devi sapere: i Wilco ti amano, baby.” Si rivolge, ovviamente, all’ascoltatore, accogliendolo con ironia e tenerezza nel nuovo e bellissimo disco. Non è difficile immaginare che Tweedy stia però parlando anche a sé stesso, riconoscendo come la sua band nei giorni difficili sia stata per lui un rifugio e una spinta al cambiamento. La musica può consolare, aiutare, persino salvare. Sono passati cinque anni da quando in Whishful Thinking, contenuta in A Ghost Is Born (2004), si interrogava, aggrappandosi alla speranza: “Vale la pena di cantare una canzone, se questa non può essere d’aiuto?” Altri tempi.
Ripercorrendo la discografia dei Wilco possiamo seguire le vicende emotive Tweedy, il suo rapportarsi al dolore, che da anni riesce a trasformare in grande musica. Non si tratta solo di testi: le idee sonore alla base degli ultimi album sono altrettanto indicative di quel che succede, letteralmente, dentro alla sua testa.
Yankee Hotel Foxtrot (2002), è il disco che cambia tutto. Rifiutato dalla Reprise, acquistato dalla band e messo on line sul proprio sito, prima di essere pubblicato dalla Nonesuch, impone i Wilco all’attenzione di un pubblico più vasto di quello dell’alt.country, affermandosi in breve come uno dei grandi classici del rock di questo decennio. Nel corso delle registrazioni si consuma la rottura tra Jay Bennett, ancorato ai suoni classici del rock americano, e Tweedy, ben lieto di accogliere le spezie elettroniche fornite da Jim O’Rourke e di lasciargli completare il mix. Bennett viene licenziato dalla band. Un conflitto destinato a non ricomporsi mai: Bennett muore il 24 Maggio di quest’anno, a soli 45 anni, pochi giorni dopo aver dichiarato di aver bisogno di denaro per sottoporsi a un intervento all’anca, e aver fatto causa ai Wilco per questioni di diritti d’autore.
Tweedy non riesce a godersi il successo di Yankee Hotel Foxtrot. È tormentato da una perenne emicrania, che cerca di tenere a bada con antidolorifici, per i quali sviluppa una dipendenza, al punto di dover andare in una clinica a disintossicarsi. A Ghost Is Born, segnato da un’alternanza, degna di Neil Young, fra cantautorato classico e esplosioni di chitarra elettrica, è il resoconto di questo periodo: nei quindici minuti di Less Than You Think, Tweedy cerca addirittura di mettere in musica la riproduzione di un mal di testa. Il successivo Sky Blue Sky (2007), è notevolmente meno sperimentale. Quieto, pacato, malgrado l’ingresso nella formazione dello spettacolare chitarrista Nels Cline, segnala che la pace potrebbe essere finalmente arrivata. Tweedy dichiara nelle interviste d’avere capito che rinunciare al dolore non vuol dire abbandonare la propria creatività.
Due anni dopo, i Wilco scacciano i dubbi di chi li temeva troppo sereni e soddisfatti per stupire ancora. Wilco (The Album) presenta tutte le facce che la band ha mostrato nel corso degli anni, ponendosi sia come il punto d’arrivo di una lunga storia, sia come una possibile nuova partenza. La sua riuscita viene innanzitutto dalla bellezza delle canzoni. Anche stavolta Tweedy e il resto del gruppo (Cline, lo storico bassista John Stirratt, il batterista Glenn Kotche, il tastierista Mikael Jorgensen e il polistrumentista Pat Sansone) hanno sentito la necessità di una svolta rispetto al lavoro precedente. Questo lavoro omonimo nasce dalla voglia di abbandonare il feeling live di Sky Blue Sky, per tornare a sfruttare le potenzialità dello studio di registrazione. Il suono è pertanto ricco di sfumature, di sovrapposizioni di strumenti, senza però che la ricercatezza si trasformi in freddo calcolo. You Never Know richiama in maniera palese la produzione di Phil Spector per My Sweet Lord di George Harrison, mentre nei
tre minuti di Deeper Down sembra succedere di tutto, con gli strumenti che entrano e escono, e sorprendono per il proprio suono insolito: facile pensare alle magie di Lindsay Buckingham con i Fleetwood Mac. I dettagli abbondano anche negli episodi più intimisti, come la conclusiva Everlasting Everything, o Solitaire, disarmante nella sua sincerità (“Ci ho messo troppo a realizzare che mi sbagliavo a credere solo in me stesso”).
La canzone destinata a attirare inizialmente le attenzioni è You And I, un duetto con la stella del pop alternativo canadese Feist, una riflessione a due voci sulla necessità di persistere, di lottare fianco a fianco, per superare le difficoltà della vita di coppia: “Per quanto a volte ci avviciniamo, è come se non ci incontrassimo mai. Ma penso che tu e io possiamo accettarlo: tutto il bene e il male ci danno qualcosa che non ha nessun altro.”
In Wilco (The Album) è rappresentata anche l’anima più epica della band, quella che in passato ha regalato lunghe jam come Spiders (Kidsmoke). Bull Black Nova racconta di un uomo in fuga dopo aver ucciso la propria donna: la tensione monta ossessivamente per quasi quattro minuti, prima di provare a sciogliersi
in un solo di Cline, che parte lentamente, quasi a simboleggiare lo smarrimento dell’assassino, per liberarsi brevemente solo dopo il “black out” finale urlato da Tweedy. Facile immaginare come possa diventare un momento chiave dei prossimi concerti della band.
Wilco (The Album) ci restituisce una band al massimo della forma. Come riescono a fare i migliori dischi, crea un mondo a parte, allo stesso tempo familiare e alieno, nel quale ci si sente accolti, ma nel quale bisogna tornare spesso per capire tutto fino in fondo. Raccogliendo tutte le emozioni che dominavano i lavori precedenti, Tweedy sembra finalmente in grado accettare la vita nella sua interezza, per poterla raccontare ancora. Non c’è modo migliore per finire, se non con le ultime parole di Everlasting Everything, nelle quali ribadisce il concetto di You And I, ampliandolo oltre la vita di coppia: “So che può sembrare triste, ma ogni cosa va allo stesso tempo bene e male. Tutto ha un senso, e dovresti essere grato di non avere altro che un amore infinito.”
Wilco – Wilco (The Song)
Wilco – Monday (Dall’album Being There – 1996)
Jeff Tweedy – The Thanks I Get