Gibson Products Store News-Lifestyle Lessons Community 24/7 Support
Print Email this to a Friend RSS 2.0 Feed Digg! PostToDelicious StumbleUpon HyperLink

This Dream Of You – La recensione di Together Through Life di Bob Dylan

Paolo Bassotti
|
05.01.2009

Qualche settimana fa, su questo sito, parlavamo dell’attesa  per Together Through Life, il nuovo album di Bob Dylan, raccogliendo le indiscrezioni sui suoi contenuti e cercando di spiegare i retroscena della sua realizzazione. Il 24 Aprile il disco è finalmente uscito, arrivando in testa alle classifiche, sia in Inghilterra che negli Stati Uniti. La critica l’ha accolto con poche stroncature e molti consensi, seppure non entusiasti come per i tre lavori precedenti. Cerchiamo capire come questo nuovo capitolo si inserisce nella produzione recente del più grande dei cantautori, per individuare il senso di questa musica nuova, che fa di tutto per essere senza tempo. 

Con Time Out Of Mind, nel 1997, si apre per Dylan una nuova stagione come autore di canzoni. Good As I Been To You (1992) e World Gone Wrong (1993), i due album di cover dalle tradizioni folk e blues, gli donano nuova vitalità, lo spingono a tornare a scrivere, dopo un periodo nel quale aveva ipotizzato di fermarsi, di non poter più creare nulla di nuovo. In Time Out Of Mind la soluzione per rinascere è abitare lo spazio e il tempo (il tempo immemore, come da titolo) di quegli amati brani di un’epoca lontana. Canzoni come Standing In The Doorway o Tryin’ To Get To Heaven, prendono in prestito versi e situazioni dagli standard del country e del blues, e ci consentono d’ammirare Dylan mentre prende il treno di mezzanotte come fosse Hank Williams, oppure fuma un sigaro da poco come Jimmie Rodgers (sul valore poetico di questi riferimenti, è fondamentale leggere La voce di Bob Dylan – Una spiegazione dell’America, di Alessandro Carrera, edito da Feltrinelli). La produzione di Daniel Lanois non s’accorda con la visione di Dylan. Lanois aggiunge nebbia, fango, suoni stratificati e torbidi come acqua di palude, cerca una sensualità che non ha nulla a che fare con l’intenzione originale. Il disco è bellissimo comunque; l’errore di Lanois sembra anzi aggiungere ulteriore fascino, rendendo l’intero progetto imperfetto e contraddittorio, mai completamente decifrabile.

Per l’album successivo Dylan ha imparato la lezione: si produce da solo (giurando di non affidarsi mai più a produttori esterni), firmandosi con lo pseudonimo Jack Frost. “Love And Theft” (2001) è la perfetta realizzazione del suo nuovo concetto di canzone. I versi sono fonte continua di sorprese e riferimenti, con prestiti e idee provenienti, non solo da ogni angolo della tradizione musicale Americana, ma anche da Shakespeare, o da fonti insospettabili come il libro poliziesco giapponese Confessions Of A Yakuza. Dylan, fedele al titolo, ruba musica e parole dovunque voglia, dovunque ci sia dell’arte degna d’essere amata, e trasforma il tutto in nuova arte.

Canzoni da amare, da rubare.

Il sound di “Love And Theft” non sa che farsene della moda, o degli espedienti di studio di Lanois: Time Out Of Mind sembrerà per sempre un disco della seconda metà degli anni ’90, “Love And Theft” aspira a far dimenticare la sua data.

Modern Times (2006) non ha la stessa intensità, malgrado percorra le stesse strade. Alcuni riferimenti stavolta sono tanto diretti da sembrare pigri (Rollin And Tumblin’, The Leeve’s Gonna Break), mentre l’eccessiva lunghezza delle canzoni ne diminuisce la potenza. Fortunatamente ci sono dei grandi momenti che lo rendono indispensabile, come il tetro viaggio alla fine del mondo di Ain’t Talkin’ o l’inaspettato inno proletario Workingman’s Blues #2.

La prima cosa che colpisce di Together Through Life,è come sia molto più facile da ascoltare dei suoi tre illustri predecessori. Solo tre quarti d’ora di musica, con canzoni sintetiche che sembrano non richiedere molta attenzione: è un disco solare, diretto, che invita a farsi suonare in auto con i finestrini abbassati. Pare quasi nascondere, destinare solo a certi ascoltatori, i dettagli cupi di alcuni testi (scritti da Dylan con Robert Hunter, già autore per i Grateful Dead).

Si inizia con il primo singolo, Beyond Here Lies Nothin’, ovvero All Your Love (I Miss Loving) di Otis Rush rivisitata al confine col Messico, grazie all’onnipresente fisarmonica dell’ospite d’onore del disco, David Hidalgo dei Los Lobos. Oltre che da Hidalgo e Dylan, il personale del disco è composto dal chitarrista degli Heartbreakers Mike Campbell e da alcuni membri della band che gira costantemente il mondo con Bob: George Receli alla batteria, Tony Garnier al basso e Donny Herron che suona tromba, mandolino, steel guitar e banjo.

Bob Dylan – Beyond Here Lies Nothin’

Otis Rush – All Your Love (I Miss Loving)

Sul retro della copertina c’è una foto di alcuni musicisti zingari, scattata da Josef Koudelka, ed è facile immaginare che Dylan e i suoi sognino di essere proprio come loro, legati solo alla propria musica e alla propria passione.

Life Is Hard, il brano scritto per il film My Own Love Song, che ha fatto scattare la scintilla per l’intero album, cambia immediatamente pagina dopo Beyond Here Lies Nothin’. Come talvolta ama fare (ad esempio riprendendo Return To Me di Dean Martin nei recenti concerti a Roma e a Firenze), Dylan si veste da crooner, rimpiangendo la fine di un amore, con parole semplici e accorate.

In My Wife’s Hometown la voce di Dylan, già più ruvida del solito nei due brani d’apertura, s’avventura in territori cari ai fan di Tom Waits. Musicalmente, il pezzo è costruito su I Just Want To Make Love To You di Willie Dixon in maniera tanto spudorata da costringere Bob ad accreditarlo come coautore. Il testo riprende un vecchio cliché comico, lo sfogo contro la propria moglie (quanti cabarettisti di bassa lega deve aver visto Dylan nel Village!): “Lei riesce sempre a peggiorare le cose, è più potente di una maledizione zingara. Mi toccherà scappare, sono sicuro che mi farà ammazzare qualcuno!” Gli ultimi due versi sono presi da Chaucer, tanto per rendere il tutto meno semplice di quanto sembri. Complessivamente My Wife’s Hometown è uno dei pezzi migliori del disco, e il fatto che sia un brano senza alcuna pretesa, a parte la voglia di divertire, ci fornisce un indizio fondamentale sulla natura dell’album. Sul finale della canzone Dylan se la ride: il divertimento di chi ha registrato Together Through Life è palese, e fortunatamente lo stesso spasso viene condiviso dall’ascoltatore.

Il riferimento alla Guerra Messicana colloca la storia di If You Ever Go To Houston nella seconda metà dell’Ottocento: sappiamo bene che Dylan non fa certo fatica a viaggiare nel tempo! Veste i panni dell’avventuriero, che non sa stare alla larga dai guai e dalle belle donne, come le sorelle Mary-Ann, Nancy e Lucy. “Se tu dovessi mai andare ad Austin, Fort Worth o San Antonio, trova i bar nei quali mi sono perso, e rimandami a casa i miei ricordi.” La fisarmonica di Hidalgo, per l’unica volta nell’album, sembra troppo centrale, troppo insistente.

Etta James – I Just Want To Make Love To You

John Lee Hooker, Eric Clapton & The Rolling Stones – Boogie Chillen’

Forgetful Heart sta in mezzo al disco come una splendida eccezione. La sua intensità è figlia di Ain’t Talkin’, ma anche della notte infinita di Time Out Of Mind (difficile non pensare a Can’t Wait). La prevedibilità dei versi iniziali è riscattata da una conclusione che lascia a bocca aperta: “Tutta la notte resto sveglio ad ascoltare il suono del dolore. La porta è chiusa per sempre, se mai c’è stata una porta.” Jolene e Shake, Shake Mama sono blues del genere che Dylan sa scrivere in un minuto, magari ricalcando una vecchia canzone che ha appena ascoltato, o trasmesso, per radio. La buona notizia è che stavolta funzionano a meraviglia, contribuendo alla riuscita complessiva del disco. Sono inframmezzati da This Dream Of You, dolente meditazione da balera: non è una bestemmia immaginarla rifatta dall’orchestra Casadei. Il suo testo è l’unico a esser stato scritto dal solo Dylan, e, proprio per questo fatto, è forte la tentazione di leggerlo in chiave spirituale, immaginando che lo “You” del titolo non sia una donna, ma Dio: “C’è un momento in cui ogni cosa vecchia ritorna nuova, ma quel momento potrebbe essere già venuto e passato […] Non voglio credere, ma continuo a crederci […] Ogni cosa che tocco, sembra sparire. Ovunque io mi volti, tu sei sempre lì.”

L’album si chiude con due canzoni contrastanti. In I Feel A Change Comin’ On Dylan è ottimista e innamorato come in un mattino di primavera, malgrado “la quarta parte del giorno” sia “già passata” e affiorino, quasi distrattamente, i soliti rimpianti: “I sogni non hanno mai significato molto per me, anche quando si sono avverati.” It’s All Good sembra invece un aggiornamento di Political World, un nuovo giudizio universale, per un mondo segnato dalla morte e dalla malattia. Davanti al disastro, al cospetto della fine, si rischia di diventare cinici, di concludere, come molti sembrano fare, “che va tutto bene.” La soluzione alternativa di Dylan la conosciamo da tempo. La salvezza e la verità sono nella musica stessa, e l’entusiasmo col quale si lascia scappare un “wooh!” di gioia nel mezzo di questo trascinante blues conclusivo, spiega bene come Bob non abbia alcuna voglia di abbandonare questa strada.

Together Through Life è un grande disco di musica leggera, tanto leggera da riuscire a far volare anche contenuti pesanti, tanto luminosa da incantarci con lo spettacolo delle ombre lunghe della sera.


Follow Gibson on Facebook and Twitter for guitar giveaways, new product launches, music news and much more!
blog comments powered by Disqus
Follow Gibson.com on Facebook, Contests, Giveaways, News, Features