Prendete Jack White dei White Stripes e mettetelo alla batteria. Si sposterà volentieri dietro piatti e tamburi, anche perché sa di poter esser protagonista in qualunque posizione. Affidate il microfono a Alison Mosshart dei Kills, e completate il gruppo con Jack Lawrence, bassista dei Raconteurs, e Dean Fertita dei Queens Of The Stone Age alla chitarra e alle tastiere.
Ecco i Dead Weather, il nuovo supergruppo alternativo, che ha appena pubblicato Horehound, un interessante esordio nel nome del rock più sensuale e dannato.
Jack White è uno dei grandi stacanovisti del rock. Con l’implacabile ritmo dei macchinari industriali della sua Detroit, gira in tour, incide album, fonda nuovi gruppi, fa il produttore per i colleghi che gli stanno più a cuore. Qualche settimana fa, in un articolo sui supergruppi rock alternativi, parlavamo di quegli artisti che proprio non sanno dire no a un collaborazione insolita o a un side project. Musicisti come Peter Buck dei R.E.M. e Demon Albarn dei Blur, sempre pronti a farsi trovare dove meno te li aspetti, in un album di fusion o in un’opera cinese. Spesso si tratta solo di vanità. Jack White invece deve lavorare in continuazione per non smettere di mettersi alla prova. Sa di avere grandissime potenzialità espressive, e cerca pertanto nelle nuove esperienze delle limitazioni che gli consentano di dare una direzione alla propria libertà. Del resto anche i White Stripes, la sua band principale, nascono come una restrizione destinata ad aprire un mondo di possibilità: vediamo che succede a inventarsi un gruppo di due persone sole, con una batteria – a cura dell’insostituibile Meg – tanto spartana che al confronto Maureen Tucker sembra Jeff Porcaro. Succede di tutto, ovviamente. Accade che il rumore nudo dei White Stripes spazzi la concorrenza di chi si affida solo ai trucchi da studio, e che finalmente l’indie ammetta di amare tutta la tradizione rock, senza dover curarsi di quanto possano essere cool Led Zeppelin e Grand Funk.
I Dead Weather sono il nuovo gruppo di Jack, scaturito con naturalezza da alcune sue esperienze precedenti. Innanzitutto c’è la canzone Another Way To Die, realizzata con Alicia Keys (“I was thinking ‘bout Alicia Keys,” cantava il maestro) per il film della saga di James Bond Quantum Of Solace. Il brano non è particolarmente memorabile, ma fa tornare White, autore e produttore, a sedersi dietro a una batteria, come quando aveva meno di vent’anni e suonava, facendosi chiamare Doc Gillis, per la “cowpunk band” Goober And The Peas. Poco prima della fine del faticoso tour del 2008 del suo secondo gruppo (ormai amato dal pubblico tanto quanto i White Stripes), i Raconteurs, White si ritrova senza voce. Lo sostituisce VV, ovvero Alison Mosshart, la cantante dei Kills, un duo spartano quanto gli Stripes, influenzato fortemente anche dalla scena No Wave di New York. Al termine del tour, i due, assieme a Jack Lawrence, bassista dei Raconteurs, passano per Nashville, e provano a fare musica assieme nel nuovissimo studio di registrazione (ovviamente un 8 piste analogico) di White. Il padrone di casa si accomoda alla batteria e propone un paio di cover, tanto per scaldarsi: Are Friends Electric? dei Tubeway Army di Gary Numan e New Pony, uno dei brani più ottusi di Bob Dylan, ripescato dal controverso album Street Legal. I neonati Dead Weather trovano immediatamente il loro suono: fangoso, sporco e paranoico, pronto a trasformare ogni blues in ossessione. Con l’aggiunta di Dean Fertita, già tastierista e chitarrista con Brendan Benson e i Queens Of The Stone Age, realizzano il loro primo album, Horehound, uscito per l’etichetta Third Man Records dello stesso White. Su disco riescono a conservare la stessa spontaneità.
Le canzoni sono una scusa per creare un mondo sonoro, andando in cerca della propria identità. White resta in disparte come autore (I Cut Like A Buffalo è l’unico brano che firma da solo), eppure la sua personalità domina il progetto. L’atmosfera del disco è familiare ai suoi fan, con i temi del desiderio e del possesso che vengono declinati con uno spirito simile a quello dei White Stripes, con appena un poco più di insistenza sulla
corruzione e sulla lussuria, fornita dalla voce della Mosshart e da una produzione attenta alle sfumature del suono. Si inizia con la lentezza felina di 60 Feet Tall: “Sei così crudele e spudorato, ma non ti posso lasciare,” miagola Alison, e la chitarra si prende tre minuti di tempo prima di esplodere, dopo aver lasciato ampio spazio al basso di Lawrence. Per farvi un’idea, provate a immaginate la Jimi Hendrix Experience alle prese con Fever di Peggy Lee. Non tutte le canzoni hanno un impatto tanto forte. Alcune tradiscono immediatamente la velocità con la quale sono nate, il fatto di essere il frutto di improvvisazioni di studio. Lo strumentale 3 Birds, in particolare, mette assieme mille soluzioni sonore (White ci tiene a dimostrare di possedere un gran bel groove come batterista) senza andare però da nessuna parte, così come No Hassle Night sembra scritta col pilota automatico. Meglio soffermarsi sui momenti che meritano davvero. Su tutti svetta Treat Me Like Your Mother, scelta come secondo singolo dopo la non memorabile Hang You Up From The Heavens. In Treat Me… Jack e Alison duettano, scagliandosi l’uno contro l’altra in un sensuale duello ben simbolizzato dal video girato dall’esperto Jonathan Glazer. Ottime sono anche I Cut Like A Buffalo – un altro duetto, nel quale l’organo di Fertita ha un ruolo da protagonista, creando un suono degno del miglior garage psichedelico – e la cover di New Pony, irresistibile nella sua compiaciuta pesantezza (e ancora una volta si pensa a Hendrix, grazie a un assolo che è chiaramente figlio di Voodoo Child: Voodoo Grandson?) Si chiude quasi placidamente, col lento blues acustico Will There Be Enough Water? nel quale le due voci, perse nel dubbio, sussurrano il breve testo come fosse un haiku di palude: “Solo perché mi hai preso, è stato forse commesso un peccato?” Alla fine dell’ascolto – degli ascolti, perché Horehound è un disco sul quale è piacevole ritornare – è inevitabile pensare che Jack White, scegliendo come al solito i giusti compagni di viaggio, ce l’abbia fatta ancora. Ed è in tal modo facile, come era successo con i Raconteurs, accettare i Dead Weather come un nuovo gruppo dalle grandi potenzialità, e non come una semplice distrazione in attesa del nuovo album dei White Stripes.
The Dead Weather – Treat Me Like Your Mother
The Dead Weather – Hang You From The Heavens
The Dead Weather – I Cut Like A Buffalo