“Nella mia mente i miei sogni sono reali. Vuoi sapere come mi sento? Stasera sono una rock’n’roll star!”
(Oasis, Rock’n’Roll Star)
Per gli Oasis non c’è differenza tra vivere e sognare. È il 1994 e incidono per la Creation di Alan McGee il proprio album di debutto, convinti di stare per diventare il più grande gruppo rock del mondo. Si muovono nel music business con una sicurezza arrogante, sfacciata, che rendono palese in ogni loro posa e intervista, e soprattutto nella loro musica. Hanno un’occasione unica, lo sanno bene – se si fallisce ci si sveglia dal sogno, e il risveglio è duro – eppure per trovare qualche traccia di paura e di dubbio nelle canzoni di Definitely Maybe bisogna fare un grosso sforzo, come per decifrare il tremolio del piccoletto che s’atteggia a bullo e fa la voce grossa. Già la copertina è uno sfrontato sedersi al tavolo dei grandi. Come se sapessero di stare realizzando un classico, la disseminano di indizi, citazioni, enigmi. Ecco Burt Bacharach, George Best, Il buono il brutto e il cattivo, il mondo che gira svelto (un mappamondo gonfiabile era stato simbolicamente esibito da Ian Brown degli Stone Roses allo storico concerto di Spike Island nel ’90). Compaiono, non a caso, due chitarre Epiphone: una EJ 200 acustica tra le braccia di Noel Gallagher e, in fondo alla stanza, una Riviera. Alla scena manca uno strumento fondamentale, la Gibson Les Paul Standard del 1960 regalata da Johnny Marr degli Smiths a Noel durante l’incisione dell’album. Il leader degli Oasis ama raccontare come, ispirato dal significato e dalle qualità di quella chitarra, appena la tirò fuori dalla custodia, compose Slide Away: “è come se la canzone si fosse scritta da sola. Marr si meriterebbe la sua parte di royalties!”
Il dono di Marr può essere visto come un passaggio di consegne. Di certo molte cose dividono gli Smiths dai concittadini Oasis. Difficile ad esempio immaginare Liam Gallagher, simbolo della Lad Culture, sedersi a tavola con il sofisticato intellettuale Morrissey: non riuscirebbero nemmeno ad accordarsi sul tipo di ristorante. Ma tra i due gruppi ci sono anche diversi punti in comune. La chiave è, per l’appunto, nella chitarra. Come gli Smiths hanno rappresentato nel 1983 la reazione al new pop sintetico e spesso fieramente superficiale, così nel 1994 gli Oasis – e con loro l’intera armata di restauratori del Brit Pop – rispondono al trip hop e alla cultura dei rave. La stessa chitarra – lo stesso concetto di “musica con le chitarre” – è chiamata a fare resistenza prima contro i sintetizzatori e le batterie elettroniche, e poi contro i campionatori e i turntables. Riecheggia il disprezzo di Morrissey verso il reggae e la dance, nella rigorosa scelta dei punti dei riferimento degli Oasis. Beatles, ovviamente – ché non si può prescindere dal canone – Beatles da rileggere con la furia dei Sex Pistols, nella nebbia di chitarre e elettricità di casa alla Creation (Definitely Maybe è un disco più rumoroso di quanto possiate ricordare!) A proposito di Creation, è facile risentire i sabotaggi melodici dei Jesus And Mary Chain nell’insistito uso del feedback. Dei libri dei padrini Paul Weller e Stone Roses vengono lette solo le pagine “bianche”: sì a That’s Entertainment e a She Bangs The Drum, no a Walls Come Tumbling Down e Fool’s Gold. C’è grande spazio anche per l’epica dei Who e per il boogie glam di Mott The Hoople e Marc Bolan: Cigarettes And Alcohol è costruita sul riff di Get It On dei T.Rex. Obiezione del bassista Paul “Bonehead” Arthurs: “Non puoi farlo! Sono i fottuti T.Rex!” Risposta di Noel: “Non me ne frega niente, adesso sono i fottuti Oasis!”
Quel che non si può prendere in prestito alla storia è l’entusiasmo che brucia negli undici brani, il desiderio sfrenato di un weekend interminabile, la voglia di non rassegnarsi all’anonimato e alla tristezza. Il pezzo più celebre dell’album nasce proprio per celebrare tanta fame di vivere. In risposta a I Hate Myself And I Want To Die dei Nirvana, Noel scrive infatti Live Forever, inno definitivo della band, celebrazione di amicizia e condivisione: “Forse voglio solo volare, voglio vivere, non voglio morire, forse voglio solo respirare, forse voglio solo credere, forse sei uguale a me, vediamo cose che loro non vedranno mai. Io e te vivremo per sempre!”
Negli anni Liam è stato spesso criticato per il suo atteggiamento insofferente, quasi distratto, davanti al microfono. Le sue performance come cantante in Definitely Maybe sono però straordinarie: sputa via, fiero del proprio accento mancuniano, ogni frase, ogni grido di battaglia scritto dal fratello, come se altrimenti rischiasse di scoppiargli il cuore. È il tipo di voce che si può avere solo in un disco di debutto.
In generale Definitely Maybe ha il meglio delle qualità che si possono cercare in un esordio: freschezza, rabbia, incoscienza. E grandi canzoni: davvero i brani sembrano scriversi da soli. Dall’apertura trionfante di Rock’n’Roll Star in poi, si incontra un classico dopo l’altro (che fatica negli anni sarà per gli Oasis cercare di essere al livello di un simile inizio), per riprendere fiato solo alla fine, col quadretto di Married With Children, che stempera i grandi sentimenti della spettacolare Slide Away. Supersonic ha un testo a tratti surreale e palesemente improvvisato, eppure, nelle parole e nella musica (il perfetto incrocio tra le chitarre e la batteria di Tony McCarroll, abbinato alla solita grande prova di Liam) risuona alla perfezione lo spirito dei primi Oasis: “Ho bisogno di essere me stesso, non posso essere nessun altro. Mi sento supersonico, portami gin & tonic!” Segue la domanda di un’intera generazione, posta davanti a quell’universo di potenzialità che sembrava la Cool Britannia di Tony Blair: “Puoi avere tutto, ma quanto ne vuoi?”
Oasis – Live Forever
Oasis – Supersonic
Oasis – Cigarettes And Alcohol