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I grandi album Gibson – Chuck Berry – St. Louis To Liverpool

Paolo Bassotti | 08.10.2009

“Chuck Berry è uno dei grandi poeti di ogni tempo, si potrebbe definirlo un poeta rock”

(John Lennon, in un’intervista a Jann S.Wenner)

Iniziamo il nostro viaggio tra i “grandi album Gibson” della storia del rock con St. Louis To Liverpool, pubblicato da Chuck Berry nel 1964. Sulla sua copertina troviamo Mr. Rock And Roll in grandissima forma, con la sua amata Gibson ES-350 T tra le braccia (in seguito la sostituirà con una Gibson ES-355), mentre spicca un energico balzo che gli consente il metaforico viaggio del titolo, dalla sua citta natale nel Missouri fino alle rive del Mersey. Che ci va a fare uno così a Liverpool? La missione è “riportare tutto a casa,” per citare l’espressione scelta nello stesso anno da Dylan come titolo del proprio esordio elettrico (debutto notevolmente influenzato dallo stile di Chuck). Gli USA stanno vivendo i giorni della Beatlemania e della British Invasion: i giovani gruppi inglesi hanno trovato il modo di vendere un’irresistibile qualità di ghiaccioli agli eschimesi, piazzando una partita di rock and roll di prima qualità proprio nella patria dove il rock è nato. Dopo gli anni della restaurazione, dei Paul Anka, dei Pat Boone e dei troppi Bobby, ai teenager americani non pare vero di poter ascoltare un po’ di musica selvaggia, scandalosa e realmente giovane. Dylan sa che in realtà non ci sarebbe bisogno di guardare dall’altra parte dell’Atlantico, e ancor meglio può ribadirlo Chuck Berry.

Il musicista di St. Louis è uno dei grandi originali, il più completo degli inventori del rock and roll: geniale compositore, capace di testi brillanti, pieni di dettagli realistici e pertenti; cantante di straordinaria forza e naturalezza, capace di affiancare il calore del blues a una dizione cristallina ispirata a Nat King Cole; chitarrista infinitamente influente, col suo stile ruvidamente blues e allo stesso tempo tinto di swing.

Tra i primi successi dei Beatles c’è la cover di Roll Over Beethoven, singolo di Chuck Berry per la Chess del 1956, con la quale George Harrison, che per l’occasione ottiene anche il ruolo di prima voce, omaggia uno dei propri punti di riferimento come chitarrista. Un altro classico di Berry è nel repertorio dei ragazzi di Liverpool già dai tempi di Amburgo: Rock And Roll Music, esaltante nell’interpretazione urlata di John Lennon. I ruoli nella classe sono dunque chiari, non c’è dubbio su chi sia l’insegnante e chi siano i discepoli. Ma se nel ’64 gli allievi sembrano invincibili, per il maestro è invece il momento di reclamare il proprio ruolo e di lasciarsi alle spalle anni difficili. Nel ’62 Berry è stato infatti condannato a sedici mesi di reclusione – la seconda detenzione della sua vita – per aver favorito l’immigrazione clandestina di una ragazza. Per riconquistare il favore del pubblico il disco ideale non è certo il suo primo album dopo il rilascio, Two Great Guitars (1964), in duetto con Bo Diddley, incentrato su due jam strumentali lunghe più di dieci minuti, Bo’s Beat e Chuck’s Beat.

St. Louis To Liverpool è invece quel che ci vuole per una perfetta rentree. Quel che stupisce immediatamente è il fatto che funzioni a dovere come album, sebbene sia stato registrato in perse sessions senza alcun concept in testa (al centro del mercato discografico c’erano ancora i singoli, e gli album erano visti come semplici raccolte di canzoni): la sequenza dei brani è da manuale, con la morbida You Two che bilancia il poderoso tris d’apertura, e con i due strumentali del lato B (Liverpool Drive e Night Beat) che non suonano come riempitivi, ma come porte aperte sulle molte facce dell’artista. L’abilità di Berry come autore è sempre stupefacente, così come la facilità con la quale si succedono le idee. Dirà Chuck della propria detenzione: “La mia unica consolazione era quella di pensare alla musica. Ho preso appunti di nuove canzoni, e ora sono sicuro che il pubblico dimenticherà il passato e mi accoglierà di nuovo come cantante, non come ex detenuto.” Due dei brani migliori sono citazioni da suoi capolavori degli anni ’50. Ascoltando Go Bobby Soxer è difficile non pensare a Johnny B. Goode; ancor più clamorosa è No Particular Place To Go, praticamente una School Days con un nuovo testo. Una riscrittura che riesce però a entrare nella leggenda al pari dell’originale, grazie al tragicomico racconto di un ragazzo che pregusta una serata piccante in auto con la propria ragazza, ed è costretto a tornare a casa deluso per non essere riuscito a “slacciarle la cintura di sicurezza.” Grazie a Pulp Fiction, You Never Can Tell è pentata negli ultimi anni il pezzo più celebre dell’album, superando in popolarità No Particular Place To Go. Berry realizza questo disco a quasi quarant’anni, eppure si conferma ancora una volta grande osservatore del mondo dei giovani. You Never Can Tell – storia di una giovane coppia di sposi che grazie all’amore vince la diffidenza dei vecchi – ne è l’ennesima conferma. Musicalmente arriva come una sorpresa nel contesto dell’album, col suo irresistibile riff di sax, e col pianoforte di Johnnie Johnson che riceve un ruolo centrale quanto la chitarra di Berry, e introduce l’ascoltatore all’eclettismo del lato B. Tra le gradite digressioni, vanno ricordati i due blues – le uniche due cover dell’album – Merry Christmas Baby, nella quale la chitarra di Berry e il piano di Johnson si pidono la ribalta senza intralciarsi in alcun modo, e Things I used To Do, dal repertorio del contrabbassista Eddie Jones. Un altro grande contrabbassista, Willie Dixon (autore di alcuni superclassici del blues, specialmente per Muddy Waters) è presente in metà dei brani dell’album, e spicca particolarmente nel boogie conclusivo, Brenda Lee. Ma la star è Berry, non c’è dubbio, e che piacere godersi il suo carisma, la sue sfacciate vanterie da seduttore (Little Marie, Our Little Rendezvous), i raffinati tocchi della sua scrittura (“dovrei smettere di parlare, dopotutto sei tu che hai chiamato”), e soprattutto la sua chitarra, la sua Gibson ES-350 T, allo stesso tempo precisa e sporca, cool ed esagitata. Rock’n’roll, per farla breve, per chiamare le cose col loro nome.

Chuck Berry – You Never Can Tell (da Pulp Fiction)

Chuck Berry – No Particular Place To Go

Chuck Berry & Bruce Springsteen - Johnny B Goode

  1. Little Marie  – 2:37
  2. Our Little Rendezvous  – 2:03
  3. No Particular Place To Go – 2:44
  4. You Two  – 2:11
  5. Promised Land  – 2:24
  6. You Never Can Tell – 2:43
  7. Go Bobby Soxer  – 2:59
  8. Things I Used to Do  – 2:42
  9. Liverpool Drive  – 2:56
  10. Night Beat  – 2:46
  11. Merry Christmas Baby – 3:14
  12. Brenda Lee – 2:15