Un tempo era possibile. Con The Joshua Tree, gli U2, forti della loro performance al Live Aid e degli ottimi risultati di The Unforgettable Fire, provarono a realizzare un disco dalle ambizioni illimitate. Le loro radici erano nel post-punk, ma non erano interessati a coltivare solo il proprio pubblico, come molte band con le quali avevano iniziato, che erano presto rimaste confinate nei limiti di un genere. Gli U2 volevano arrivare a tutti, per diventare il più grande gruppo del mondo. Perché no? The Joshua Tree era il tentativo di confrontarsi coi grandi classici del rock mettendosi al loro stesso livello, di capire quel mistero affascinante e contraddittorio chiamato America, di unire definitivamente la propria ricerca interiore agli innumerevoli stimoli dati dall'attualità. Con il loro quinto album, uscito il 9 Marzo del 1987, Bono, Larry, Adam e The Edge vendettero 300.000 copie solo nella prima settimana – con gli anni sarebbero diventate 25 milioni – e si guadagnarono la copertina del Time (The Who, nel 1979, erano stati l'ultimo gruppo a riuscirci prima di loro).
Certo, non è difficile provare a smontare l'intero progetto. Già all'epoca in tanti sottolinearono quanto gli U2 apparissero tronfi, pretenziosi e calcolatori, col loro rock forzatamente catartico ed ecumenico; sarebbe ancora più facile demolirli oggi, dopo che negli ultimi tre album hanno provato invano a ricatturare quel momento, cancellando la reinvenzione postmoderna degli anni Novanta. In un'intervista del 1989 a Rolling Stone, Bono dichiarò addirittura: “Perché non possiamo avere tutto? Perché non possiamo ballare il rock and roll come Elvis Presley, cantare come Van Morrison, camminare come le Supremes, parlare come John Lennon, ruggire come i Clash, suonare la batteria come Keith Moon e la chitarra come Jimi Hendrix? Perché?”.
La magniloquente postilla a The Joshua Tree, l'accoppiata disco/documentario Rattle And Hum, rappresentò proprio il tentativo della band di entrare nel Pantheon che aveva eretto, duettando con B.B. King e Bob Dylan e citando Hendrix e i Beatles (c'era persino una God Part II, in risposta a God di Lennon!)
Gli U2 all'epoca potevano però permettersi di osare tanto. Riascoltato oggi, a venticinque anni di distanza, The Joshua Tree suona ancora maestoso e ispirato. La band, sostenuta da Daniel Lanois e Brian Eno, gira alla perfezione, guidata dalla “infinite guitar” di The Edge e dalla voce di Bono (le sfumature di Running To Stand Still sono in grado di far dimenticare persino le sue peggiori interviste). La tripletta d'apertura è tatuata nella memoria di chiunque abbia attraversato la fine degli anni Ottanta: se le mire gospel di I Still Haven't Found What I'm Looking For possono sembrare troppo forzate, lo struggimento di With Or Without You è invece sopravvissuto all'usura di milioni di dediche, così come Where The Streets Have No Name resta la canzone manifesto della “Big Music”. Anche il resto si mantiene su livelli altissimi: la minacciosa Exit stupisce, liberandosi della canonica struttura pop; One Tree Hill – che dal vivo The Edge eseguiva con una Gibson ES-335 – omaggia Greg Carroll, assistente di Bono, scomparso in un incidente stradale, senza essere melensa; Bullet The Blue Sky, per quanto retorica, è evocativa e avvincente. Persino le outtake/B-side sono di altissimo livello: provate ad ascoltare Wave Of Sorrow (Birdland), coi suoi echi del Patti Smith Group, o la commovente Luminous Time (Hold On To Love)
Quello che colpisce di più di The Joshua Tree è proprio la voglia di esporsi, di rischiare perfino il ridicolo, di giocare il tutto per tutto. Uno dei titoli provvisori del progetto era The Two Americas, data l'intenzione di fare i conti sia con il Mito della Grande Nazione, sia con la temuta Superpotenza. Il tutto all'interno di un viaggio spirituale, con qualche deviazione negli abissi dell'animo umano! Ci vuole coraggio e faccia tosta per affrontare temi simili. Ci vuole quello che sembra mancare anche alle più grandi band degli ultimi anni. Nelle foto di copertina di The Joshua Tree gli U2 erano ostentatamente seriosi, quasi schiacciati dalla responsabilità di guidare il popolo del rock nella traversata del deserto degli anni Ottanta. Facile immaginare come Bono si sentisse, per usare le parole di Bowie: “Solo un mortale col potenziale di un superuomo”. Con Achtung Baby sarebbero arrivati gli anni Novanta, l'ironia necessaria per smontare il giocattolo, enormi maxi-schermi e occhiali da mosca dietro ai quali nascondersi. Sarebbe arrivato un altro grande disco, fondamentalmente diverso e altrettanto amato. Ma quando gli U2 avrebbero ripensato a “tutto quello che non puoi lasciarti alle spalle”, nella loro mente ci sarebbero stati gli sterminati panorami americani e quei giorni indimenticabili del 1987.
“One Tree Hill”