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Robbie Robertson prevede il passato, con Clapton, Winwood e Reznor

Paolo Bassotti
|
05.02.2011

“Quando la notte era giovane avevamo dei sogni, credevamo di potere cambiare il mondo e fermare la guerra. Non si era mai visto niente del genere”. Il testo denso di rimpianti e di malinconia di When The Night Was Young rivela chiaramente quanto sia fuorviante il riferimento alla chiaroveggenza del titolo nuovo album di Robbie Robertson, How To Become Clairvoyant.

A Robertson non interessa tanto prevedere il futuro, quanto rileggere il passato, vero protagonista di questo disco. Si tratta di un ritorno ormai inatteso, visto che il chitarrista e principale songwriter della Band non pubblicava un disco solista dal 1993, anno di Contact From The Underworld Of Red Boy.

A differenza dell'ex compagno della Band – ora nemico giurato – Levon Helm,  per Robertson lo sguardo ai tempi andati non impone alcun rimando alla musica tradizionale. Lo scenario sonoro architettato per queste canzoni è un pop rock patinato, molto adulto e moderno, con le chitarre in bella evidenza su trame eleganti e corpose, e un'andatura immancabilmente mid-tempo: il tutto rimanda immediatamente al songwriting del principale compagno di viaggio di Robbie in How To Become Clairvoyant, Eric Clapton.

Slowhand è presente in sette delle dodici canzoni, ed è anche coautore della fiacca Won't Be Back e della più riuscita Fear Of Falling, contraddistinte dal suo stile inconfondibile. Vuole la storia leggendaria del rock che, rapito dal sound “puro” della Band, il giovane Clapton mise fine ai Cream e andò in pellegrinaggio dalle parti di Big Pink, per chiedere di entrare nel gruppo. Non ci fu bisogno di parole per capire: i cinque avevano l'aspetto di rudi boscaioli, mentre l'inglese si era presentato invece con un vistoso completo rosa! A quanto pare adesso è Robertson che è stato assorbito dal mondo posh dell'amico. La Repubblica Invisibile è lontana anni luce, e nelle levigate canzoni di questo nuovo disco non c'è traccia del mistero e del fascino della “Strana vecchia America”, sostituite da consapevolezza, esperienza e professionalità. Clapton non è l'unico nome celebre della lista degli ospiti, in questo viaggio in prima classe. Al nucleo base formato da Pino Palladino al basso, Ian Stewart alla batteria e Martin Pradler al piano, si affiancano di volta in volta Steve Winwood (suonando l'organo dà un grandissimo contributo alla bellezza di She's Not Mine), Trent Reznor (che si occupa di creare il tappeto sonoro per la chitarra di Clapton nello strumentale Madame X) e altri due chitarristi di nome, il maestro della pedal steel Robert Randolph (protagonista di Straight Down The Line e della title track) e Tom Morello dei Rage Against The Machine. Quest'ultimo partecipa al tributo ai giganti della sei corde Axman, pieno di buona volontà ma privo di sottigliezza, che si risolve in un elenco di nomi celebri: “Duane e Steve Ray […] T Bone e Link Wray […] Django e Elmore James”.

Era però inevitabile che nella sua recherche Robertson sentisse di dover ripercorrere i giorni della propria formazione, e la stessa Straigh Down The Line rimanda ai misteri della musica del diavolo: “Incontrai un vecchio bluesman con un bastone da passeggio, indossava un gessato e usava il nome di qualcun altro, mi disse: 'Figliolo, le ho viste tutte, non è come credi, dovrai compiere delle scelte difficili'”. E a proposito di scelte dolorose, Robertson in This Is Where I Get Off dice la sua sullo scioglimento della Band, che i fans e gli altri componenti del gruppo non gli hanno mai saputo davvero perdonare: “Arrivati in vetta, abbiamo assistito alla caduta, incapaci di fermarla. Quel che ti lasci alle spalle, prima o poi ti riprende. Perciò accostate, io scendo qui. Me ne vado, so dove ho sbagliato, strada facendo”.

Non è di certo un errore questo disco, sempre schietto, ricco di personalità, e a tratti molto affascinante, per quanto troppo omogeneo musicalmente e talvolta freddo. Da vera rock star, Robertson si è rimesso in gioco badando in primo luogo a se stesso, realizzando un lavoro nel quale si è raccontato con indulgenza e compiacimento. Ha già dichiarato di non essere interessato ad andare in tour. Chissà se tornerà nell'ombra, a lavorare per la Dreamworks e per Scorsese, o se tornerà presto a fare musica, magari cercando nuove sfide, come ai tempi degli omaggi ai Nativi Americani.

The Band – “Up On Cripple Creek”


Robbie Robertson – “Hold Back the Dawn”





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