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E la terra diventa il mio trono – Il Black Album dei Metallica, vent'anni dopo

Paolo Bassotti
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09.09.2011

In questi giorni si succedono anniversari e ristampe deluxe di dischi che compiono vent'anni, a confermare che il 1991 fu un momento chiave della storia del rock. Nel giro di dodici mesi uscirono moltissimi titoli che sono rimasti nella memoria degli appassionati: le avanguardie della rivoluzione grunge, Nevermind dei Nirvana e Ten dei Pearl Jam; la reinvenzione postmoderna degli U2 di Achtung Baby; la definitiva affermazione commerciale dei R.E.M. con Out Of Time; il canto del cigno dei Guns, con i due capitoli di Use Your Illusion, l'onnipresente Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers; per non parlare di altri lavori memorabili e – per quanto non altrettanto fortunati nelle vendite – dalla fortissima influenza sulla musica a venire, come Loveless, Screamadelica o Spiderland.

In un'annata tanto vivace, ci fu un disco che vendette e che continua a vendere in modo stupefacente, portando i suoni e l'immaginario del metal al pubblico mainstream, con conseguenti polemiche: il quinto LP – omonimo – dei Metallica, soprannominato da tutti Black Album, e pubblicato proprio nell'Agosto del '91. I fans intransigenti lo considerarono un tradimento dalle sfacciate ambizioni commerciali, un abbandono dello stile e dell'integrità dei primi lavori,. Probabilmente sono molto più indulgenti i venti milioni di appassionati di rock che, nel corso degli anni, l'hanno aggiunto alla propria collezione di dischi.

Di sicuro Metallica presenta molti punti di svolta con il passato, un passato trascorso a tempo di record, se pensiamo a quanto possano essere stati intensi per la band i sette anni e mezzo successivi alle sessioni di registrazione di Kill'Em All.

Per dare un nome e un cognome al cambio di direzione, bisogna invocare il produttore del disco nero, visto dai nostalgici come il fumo agli occhi: Bob Rock, scelto dopo il successo di Dr. Feelgood dei Mötley Crüe. Rock, seppur con molta fatica, riuscì a rapportarsi con i Metallica (anche con il carattere difficile di Hetfield) e a sfruttare la struttura dei nuovi brani – più semplice  rispetto a quella dei pezzi di ...And Justice For All – per dare al disco un'impostazione molto aperta, molto digeribile, diretta come il nuovo drumming di Lars Ulrich. Se un tempo per la band californiana sperimentare significava registrare pezzi ostici come (Anesthesia) Pulling Teeth, ora il sound veniva arricchito – e reso più appetitoso per l'ascoltatore occasionale – dall'orchestra di Nothing Else Matters, diretta da Michael Kamen, dalla rielaborazione di un campionamento di Morricone in The Unforgiven, e dall'uso del sitar e del basso a dodici corde in Wherever I May Roam. A proposito di basso, Jason Newsted, dopo essere stato praticamente tagliato fuori dal mix nel suo primo disco come sostituto di Cliff Burton, ...And Justice For All, comincia a lasciare il segno in pezzi come The God That Failed e My Friend Of Misery, della quale è accreditato come coautore.

Il protagonista del disco è però James Hetfield: chitarrista ritmico, cantante, autore di tutti i testi. Registra le sue parti di chitarra con lo stile messo a punto nell'album precedente, sovrapponendo con grandissima precisione – ancor più sorprendente se si pensa al sound pulito e alla lentezza di alcuni nuovi riff – tre tracce: una per il canale destro e una per il sinistro, più una supplementare, da lui chiamata “l'addensante”. Si prende anche l'assolo del brano più controverso e personale del disco, quella Nothing Else Matters che porta i Metallica nei programmi radio di dediche romantiche, e che mette a dura prova la pazienza dei fedelissimi.

Il resto degli assoli ovviamente sono di un Kirk Hammett in gran forma, che in Sad But True utilizza, trovando un suono più hard rock che metal, una Gibson Les Paul del '71 di Bob Rock.
Lasciando da parte i discorsi sull'integrità artistica – diciamo solo che sapere vendersi non significa necessariamente svendersi – a vent'anni di distanza possiamo dire che il vero limite del Black Album è l'appannamento nella scrittura dei brani della sua seconda metà (ah, e il fatto che Nothing Else Matters ormai non la sopporti più nemmeno chi se l'è sentita dedicare per radio). L'inizio, con il tris Enter Sandman/Sad But True/Holier Than Thou è infatti poderoso e ispirato, per quanto poco ortodosso e spudoratamente orecchiabile; l'accoppiata di pezzi “epici” The Unforgiven/Wherever I May Roam, sebbene non continui la tradizione dei crescendo trionfali di Fade To Black e One, fa comunque il proprio dovere come cuore del disco, con la seconda che presenta un ottimo assolo di Hammett. Sono invece pezzi “generici” come The God That Failed, Of Wolf And Man e la battagliera Don't Tread On Me a diluire l'impatto dell'album, che finisce per trascinarsi per più di un'ora. Se non ci fosse stata una simile risposta da parte del pubblico, probabilmente quest'album verrebbe ricordato non come una mossa per piacere a tutti, ma come la ricerca di nuove strade da parte di un gruppo di ragazzi prossimi ai trent'anni, che sentivano d'avere già esplorato ogni centimetro di terra del proprio mondo. Negli anni a venire, i Metallica si sarebbero fatti accompagnare ancora da Bob Rock, attraverso album quali Load e ReLoad, fino a ricusarlo dopo l'odiatissimo St.Anger e a tentare una sorta di restaurazione in compagnia di Rick Rubin, in Death Magnetic. Il prossimo passo li vedrà nell'imprevisto ruolo di backing band di Lou Reed, per un disco già registrato e annunciato, l'ennesima metamorfosi di un gruppo che non ha mai avuto paura di sorprendere, al punto da ritrovarsi sul tetto del mondo con un disco come il Black Album.

“Sad But True”


“Wherever I May Roam”
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