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Direzioni diverse – Intervista al Teatro degli Orrori (Prima parte)

Paolo Bassotti | 11.09.2009



A sangue freddo
, il secondo album del Teatro degli Orrori, è un disco forte. È un perentorio, quasi temerario, atto di fiducia nei confronti della potenza di musica e parole. D'un tratto, quasi tutto il resto del rock italiano (e non solo) sembra timido, condannato a confrontarsi con futili questioni quali generi e mode. Il Teatro degli Orrori arriva, ti si piazza a un centimetro dal naso, e ti dice quello che ha da dire, con sicurezza sfacciata, anche quando affronta il dubbio. Si inizia – ed è uno shock – con Io t'aspetto, dalle parti di Tenco e Piero Ciampi (o dei La Crus, per andare a un'altra generazione). Ci si attende un rumore familiare, si viene invece accolti dal suo contrario. È un gesto che serve a mettere le cose in chiaro: qui comandano gli artisti, sono loro che dettano i tempi, i temi, e si prendono pure il gusto di far sudare all'ascoltatore l'arrivo del rock. Quando, dopo quattro minuti d'attesa, con Due arrivano il primo riff e il primo colpo di batteria, è come se si spalancasse una finestra aperta sul chiasso crudele di un mondo alle prese col Giudizio Universale. Il Teatro degli Orrori traccia la mappa di tale terra desolata, ritornando con ostinazione sulle macerie di un amore, come se l'impossibilità della felicità di coppia fosse la metafora necessaria del Trionfo della Fine (persino la strafottente Mai dire mai finisce inghiottita da vecchie fotografie e da un dolente “tesoro ripensaci”). Pierpaolo Capovilla è uno spettacolo nello spettacolo. Mille voci, infinite invenzioni, per trascinare l'ascoltatore da un capo all'altro di un discorso spezzato e allo stesso tempo coerente. S'inabissa nella tenebra del lutto, urla di collera; ora fa scherzi spaventosi, con la voce da cattivo di cartoon, ora si indigna, e gli si crede sempre. Cita di tutto: film, preghiere, musica leggera (si potrebbe fare un lungo elenco che va da Nanni Moretti a Celentano). Li elabora in una poetica profondamente personale, fondata proprio sui repentini cambi di registro, sulle continue evocazioni di contesti e immagini, così come sull'infinito ribadire la propria ossessione per la verità. Più attore che cantante, a volte s'agita con l'aria di un ipnotico e bizzarro capopopolo su di una scaletta ad Hyde Park (“Che cosa ha in testa certa gente?” si chiede sfinito al termine di Alt); a volte, invece, è improvvisamente umano, vulnerabile, e ci si convince che non possa rappresentare altro che sé stesso. Fenomenale, accanto a lui, è la prova della band, che riesce a creare un suono al tempo stesso imponente come un muro di cinta, devastante come un carro armato, eppure aperto a ogni possibilità. Un gruppo che si affida agli strumenti della famiglia Gibson già dal primo album, Dell'Impero delle Tenebre (2007): il chitarrista Gionata Mirai, con le Gibson ES 335 e Les Paul Standard; Francesco “Franz” Valente, che con la sua Slingerland, nel corso del disco scrive di fatto un manuale di batteria; Giulio “Ragno” Favero, bassista (ascoltate il suo Gibson Grabber nella splendida Majakovski), polistrumentista, produttore e principale autore delle musiche. La duttilità del Teatro è testimoniata anche dalla facilità con la quale si riescono a inserirsi gli ospiti, da Jacopo Battaglia, batterista degli Zu, presente in Padre Nostro e nel gran finale – in ogni senso – Die Zeit, alla pianista Paola Segnana, coautrice di Io ti aspetto, fino a Bob Rifo (Bloody Beetroots), chiamato poco prima di terminare l'album per remixare Direzioni diverse. Quest'ultima è la canzone più diretta del disco, e potrebbe persino portare il Teatro degli Orrori all'attenzione di un nuovo pubblico. Non che questa sia una priorità, ci spiega Giulio Favero, nella lunga intervista che ci ha concesso per discutere dei molti aspetti interessanti di A Sangue Freddo.

Paolo Bassotti: Rispetto al primo album, che cosa è cambiato per te in quanto produttore nella realizzazione di A Sangue Freddo? Che cosa ha significato la scelta di registrare alle Officine Meccaniche di Milano?

Giulio Favero: L'approccio a questo disco è stato forzatamente diverso dal precedente: abbiamo avuto meno tempo per lavorare assieme, per impegni vari, per cui ho lavorato di più io ai pezzi. Dopo avere scritto degli "scheletri" di canzone, mi sono confrontato con gli altri, mentre Pierpaolo cominciava già a scrivere i testi; buona parte dei pezzi sono stati chiusi in fase di registrazione, anche se un'idea abbastanza chiara ce l'avevo già prima. Volevo fortemente che il disco fosse diverso dal precedente, per intenzione e contenuti. Penso che in parte sia così, ma nel prossimo oseremo molto di più. Per quanto riguarda le Officine meccaniche, sono il miglior studio d'Italia. Ottima strumentazione, personale squisito, un ambiente indubbiamente confortevole. E poi è un posto magico. Volevamo fare tutto in diretta, su nastro, per cui avevamo bisogno di una sala di ripresa di un certo tipo, di microfoni di un certo tipo... insomma lì abbiamo trovato tutto.

Qual è il progetto dietro A Sangue Freddo? In che modo pensate possa costituire un cambiamento rispetto all'album precedente?

Credo che il cambiamento stia nel rapporto con i testi. Abbiamo cercato di creare delle trame sonore che fossero il giusto sfondo ai concetti che venivano espressi, anche se in realtà molti testi sono stati conclusi in studio. Per alcuni pezzi, abbiamo usato la tecnica inversa: A sangue freddo,ad esempio, che è volutamente ispirata da trame armoniche che riportano all’Africa, aveva un testo completamente diverso, che secondo me si sposava poco con la musica. Pierpaolo si è così rimesso a lavorare, e ha scritto il testo attuale, che si sposa perfettamente con la musica. Credo che il vero cambiamento sia questo, riuscire a fondere musica e testo in modo uniforme, cosa che nel disco precedente non era praticamente stata fatta.

C'è un'idea centrale alla base del nuovo disco? All'ascolto sembra una raccolta molto coesa, un insieme di canzoni da ascoltare una dopo l'altra, come se decontestualizzarle potesse mutarne il senso.

In un certo senso c’è un legame tra in pezzi. Il primo innanzitutto, si trova nei testi, che compiono un percorso di denuncia, sia parlando di amori finiti o impossibili da dimenticare, sia parlando di quello che nella società di oggi non funziona. Tra l'altro, sono abbastanza convinto che la mancanza di amore sia la causa alla base di tutti i disastri ai quali assistiamo ogni giorno, in ogni ambito. Abbiamo cercato di seguire un filo logico anche musicalmente, facendo la scaletta prima di iniziare a registrare i pezzi; questo ci ha dato modo di creare un reale percorso durante l'ascolto. Ovviamente le cose non vanno mai come ti immagini, per cui la scaletta è stata modificata in corso d'opera. Poi credo che un'altra cosa che possa accomunare i pezzi, sia la volontà di rendere il tessuto armonico meno blues possibile, allontanandoci nel tempo e nello spazio da un tipo di approccio tipico del rock; abbiamo cercato di essere il più europei possibile, nei limiti del genere.

Come avete vissuto il successo di Dell'impero delle Tenebre?

Parlare di "successo " vero e proprio mi sembra un po' esagerato. Non abbiamo ancora una Bentley a testa, per cui direi che il successo di Dell'impero delle Tenebre è da intendersi come un ottimo risultato di un buon lavoro. Siamo molto felici che il pubblico che viene ai nostri concerti manifesti il suo sincero amore per quello che facciamo: è una gratificazione impareggiabile, non c'è Bentley che tenga.

La popolarità del Teatro degli Orrori significa che non rivedremo più gli One Dimensional Man?

La popolarità del Teatro non solo non significa che non vedrete più gli One Dimensional Man, ma significa che vedrete e sentirete molte altre cose nuove. Personalmente sto lavorando a un paio di progetti paralleli, molto diversi dal Teatro, che spaziano dall'elettronica alla classica. Di sicuro il prima possibile riapparirà anche One Dimensional Man, ma in vesti completamente nuove. Quello che ci auguriamo da A Sangue Freddo, è la possibilità economica di dedicarci anima e corpo alla musica, in modo da avere il tempo per coltivare i nuovi progetti, e rispolverare quelli vecchi.

Ho l'impressione che A Sangue Freddo sia una sorta di post-break up album, nel quale si analizza la fine di una storia d'amore. Come avete vissuto voi altri membri del gruppo il fatto che molti dei brani ruotassero intorno a questi temi?

Penso che Pierpaolo in questo disco abbia raggiunto una maturità e un'efficacia semplicemente sbalorditive: sono testi che vanno analizzati in modo molto accurato, perché se anche sembrano parlare della fine di una storia d'amore, in realtà stanno raccontandoti ben altro; si parla di uxoricidio, di disastri ambientali, di eccessi di zelo da parte delle forze dell'ordine, di solitudine, di isolamento, di senso di fine imminente e di fallimento personale. L'amore è forse un mezzo per raccontare di quanto il livello di vivibilità si stia abbassando sempre più, sia dal punto di vista spirituale e sentimentale, sia dal punto di vista umano. Questo mondo fa schifo, ogni giorno di più, e noi siamo solo dei pallidi testimoni che cercano, con le proprie forze, di comunicare il proprio disagio a una popolazione ormai addormentata dalla TV e dal finto benessere. Questo disco parla della "fine," non della fine della storia d'amore.

Photo Credit: Markus Sotto Corona

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