Per aprire i concerti del suo “Power Rock Tour”, che ha visto svolgersi in Italia ben 8 delle 14 date complessive, Lou Reed ha scelto l'accoppiata Who Loves The Sun – Senselessy Cruel. Un classico dei Velvet Underground – brano d'apertura di Loaded (1970) – e una traccia poco nota da un disco sottovalutato come Rock'n'Roll Heart (1976). Nel concerto di Roma, che abbiamo avuto il piacere di goderci nell'affollata Cavea dell'Auditorium, è stato il secondo brano a convincere di più, dopo che Who Loves The Sun aveva lasciato temere un concerto fuori fuoco, e con troppo distacco tra i versi declamati da Reed e l'entusiasmo di una nuova band, composta in gran parte da musicisti molto giovani. La chiave di questo tour è stata proprio l'energia dei pezzi minori, spesso scelti, come dichiarato dallo stesso Reed, dai suoi compagni di palco, e riarrangiati con grande effetto.
A partire da All Through The Night, è stato chiaro a tutti che per questo artista di quasi 70 anni la serata sarebbe stata un successo. Questa canzone, ripescata da The Bells (1979), è stata dilatata e irrobustita nel groove da un poker di chitarre e dal sax spiritato di Ulrich Kreiger, presente, come il manipolatore di suoni Sarth Calhoun, anche nella precedente avventura sonora di Reed, il Metal Machine Trio.
A riprova del fatto che Lou Reed sia ancora capace di emozionare sorprendendo, Ecstasy, title track dell'album del 2000, è stata il momento più struggente del set, resa ulteriormente commovente dalla dedica di Lou: “Questa canzone e questo concerto sono per Amy Winehouse, grande cantante e songwriter”.
Qualcuno si aspettava Street Hassle, eseguita in un alcune date del tour, ma al suo posto, nella scaletta, sono ritornate una cover sentita ed efficace, per quanto sempre sul rischio di frantumarsi, di Mother di John Lennon, e una reinvenzione di Smalltown (“Mi sono laureato all'università di Andy Warhol”, ha ironizzato Lou, insolitamente gioviale, presentando questo estratto da Songs For Drella, realizzato nel 1990 con John Cale).
Tre canzoni dal primo album dei Velvet sono state presentate in sequenza: Sunday Morning e Femme Fatale, eseguite con grande delicatezza, senza batteria, hanno portato un po' di sollievo dopo la spietata Venus In Furs, con l'implacabile bordone del violino di Tony Diodore, che nel corso del concerto ha sfoggiato anche una Gibson Les Paul Standard e una Goldtop.
Dopo la chiusura con Sweet Jane (nella versione con l'intro), ci sono stati i soliti tre bis che hanno caratterizzato questo tour. Dalla freschezza di Charley's Girl si è passati all'incedere funereo di The Bells, in una versione lunga e feroce, la vera magia della serata. Per salutare il pubblico, Lou ha ritrovato il tocco leggero con una fragilissima Pale Blue Eyes.
In questo nuovo tour, Reed sembra posizionarsi a metà tra la commovente e generosa offerta di sé che Leonard Cohen ha porto nei concerti recenti, e le lunatiche esplorazioni di Neil Young. La cosa più importante è ritrovare Reed desideroso di esplorare nuove possibilità nel mondo della canzone rock, dopo che le prove recenti l'avevano visto ritornare in luoghi oscuri del passato (Berlin, Metal Machine Music) o allontanarsi dal ruolo di cantautore (Hudson River Wind Meditation, The Creation Of The Universe). In autunno uscirà il nuovo disco in studio, già registrato con i Metallica, a quanto pare basato sulle canzoni scritte da Lou per l'adattamento della Lulu di Wedekind ad opera di Robert Wilson. Gli ingredienti fanno pregustare un nuovo grande cortocircuito tra rock e letteratura, con la speranza che vengano evitate le trappole che avevano reso per larghi tratti indigeribile l'omaggio a Poe del 2003, The Raven. Comunque sia, magari gli darà la spinta per un tour con il quale festeggiare sul palco i propri 70 anni. Di sicuro, dopo le date di quest'estate, in tanti avranno voglia di augurargli buon compleanno.
“All Through the Night”
“Ecstasy”